{"id":1170,"date":"2019-06-21T19:43:43","date_gmt":"2019-06-21T17:43:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.carmelocelona.com\/?p=1170"},"modified":"2021-09-12T19:48:19","modified_gmt":"2021-09-12T17:48:19","slug":"oliveri-esplode-la-resilienza-e-nasce-lumanesimo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/2019\/06\/21\/oliveri-esplode-la-resilienza-e-nasce-lumanesimo\/","title":{"rendered":"Oliveri: esplode la resilienza e nasce l\u2019umanesimo"},"content":{"rendered":"<p><strong>Una comunit\u00e0 da secoli sottomessa da un feudalesimo irrisolto, <\/strong><\/p>\n<p><strong>oggi sta vivendo un\u00a0 processo di partecipazione popolare <\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong><em>Labiri<\/em><\/strong> (oggi Oliveri), porto dell\u2019antica <strong><em>Tindari<\/em><\/strong> che mite si specchia sulle acque dove galleggiano magiche, le isole del Dio dei venti, acque della Sicilia tra le pi\u00f9 pescose di tonni. Ai suoi piedi sorge un\u2019immensa spianata, un grande arenile con in fondo un piccolo rilievo, una sorta di promontorio isolato che domina la radura e che controlla tutta la costa, come un residuo di roccia discostatosi dalla grande falesia a picco sul mare sulla quale sorge l\u2019abitato dedicato al padre dei dioscuri e Re di Sparta. Sul margine di quella spiaggia, su quel porto naturale da dove per secoli salparono le navi cariche del pregiato <strong><em>Thunnus <\/em><\/strong>alla volta delle mense della Roma Imperiale, dominato dal Castello, che spicca sulla piccola rocca, sorge il Manfraggio di una delle tonnare pi\u00f9 prospere dell\u2019isola. Nel tempo, tra Castello e Tonnara si svilupp\u00f2 un povero aggregato urbano costituito prevalentemente da piccole \u201c<em>casette terrane<\/em>\u201d, dove per secoli ha vissuto una comunit\u00e0 di tonnaroti, schiacciata tra la fatica della Tonnara e le angherie delle signorie del Castello.<\/p>\n<p><strong><em>La Tonnara di Oliveri<\/em><\/strong><\/p>\n<p>La tonnara di Oliveri fu una delle pi\u00f9 antiche e produttive della costa messinese, vanta un ineguagliato primato: nel 1900 pesc\u00f2 3500 tonni. Nel 1088, per decreto del <em>Gran Conte Ruggero<\/em>, il Manfraggio, la rupe e tutta la piana compresa tra i fiumi Elicona e Montagna, con il promontorio di Tindari in mezzo, e tutto il mare antistante divennero un feudo che fu assegnato al monastero dei Benedettini di Patti che lo gestirono in latifondo fino a quando il <em>Re Federico IV<\/em> d&#8217;Aragona, stacc\u00f2 da questo feudo la parte compresa tra il fiume Elicona e la Rocca di Tindari, creando un nuovo feudo, pi\u00f9 o meno corrispondente all\u2019attuale territorio del Comune di Oliveri, compresi i laghetti di Marinello. Nel nuovo feudo, che il Re concesse al suo figlio illegittimo <em>Guglielmo d\u2019Aragona<\/em>, era compreso il Castello, il Manfraggio della Tonnara e il piccolo abitato. La Tonnara nel corso del tempo pass\u00f2 di padrone in padrone: dal catalano <em>Raimondo Xamar<\/em> regio camerlengo dei re <em>Martino I <\/em>e <em>Martino II<\/em>, alla <em>famiglia Gioeni<\/em> che detenne pure il castello fino agli inizi del \u2018600, poi alla <em>famiglia La Grua<\/em> principi di Carini, quindi ai <em>baroni Zappino<\/em> e nel \u2018700 ai <em>marchesi Galletti<\/em> di Santa Marina ai quali seguirono i <em>duchi Lo Faro<\/em> di Serra di Falco. Nell\u2019800 and\u00f2 ai <em>baroni Pirrelli<\/em> che la diedero in concessione nel 1859 ai <em>baroni Longo<\/em> di Barcellona Pozzo di Gotto, in ultimo, nel 1903, pass\u00f2 alla <em>famiglia Adragna D\u2019Alia Staiti<\/em> di Trapani. Agli inizi del \u2018700 la propriet\u00e0 della Tonnara venne scissa dal Feudo. Il Castello e il feudo passano alla famiglia Paratore, principi di Patti, poi alla famiglia Merlo ed in ultimo a Caterina Martorana Bonaccorso, che fu l\u2019ultima baronessa.<\/p>\n<p><strong><em>L\u2019epica delle tonnare in Sicilia in epoca araba<\/em><\/strong><\/p>\n<p>L\u2019epica cattura ittica con le <strong>Tonnare<\/strong> in Sicilia ha remote origini. Praticata dai Greci, e secondo alcune fonti, prima ancora dai Fenici, diventa fiorente in epoca romana. Ma a creare un autentico sistema di Tonnare lungo tutte le coste siciliane furono gli Arabi. Essi raffinarono la complessa tecnica di pesca, costruirono i primi manfraggi, organizzarono meglio tutta la filiera produttiva: dalla cattura del tonno alla lavorazione delle carni, dal confezionamento alla commercializzazione. Durante la dominazione araba le tonnare vissero un periodo rigoglioso ed assunsero un ruolo centrale nelle comunit\u00e0 costiere e non solo. I tonnaroti godevano di un enorme rispetto sociale ed occupavano, da uomini liberi, ruoli preminenti in seno alle comunit\u00e0. Si trattava di un lavoro di estrema abilit\u00e0 e di raffinatissima tecnica. Un lavoro di squadra dove ogni operatore era come la sofisticata ruota di un grande ingranaggio e bastava una distrazione, un minimo errore per mandare in rovina la pesca di un anno. Era un lavoro di alta specializzazione; Un lavoro d\u2019equipe. Questo spiega perch\u00e9 nella <em>Sicilia Araba<\/em> i tonnaroti erano tenuti in grande considerazione. Essi stessi gestivano le tonnare lavorando in modo collettivistico e la distribuzione dei profitti era equamente ripartita. I manfraggi e le attrezzature non erano di singola propriet\u00e0 ma erano considerati beni comuni. Si trattava di un sistema cos\u00ec apprezzato che moltissimo del lessico delle tonnare arabe \u00e8 rimasto inalterato fino ai giorni nostri, anzi si \u00e8 trasferito nella generale semantica isolana.<\/p>\n<p><strong><em>Le Tonnare in epoca normanna e l\u2019avvio del feudalesimo del mare<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>Arrivati i normanni, il mare divenne bene demaniale e da quel momento per impiantare una tonnara serviva la Concessione Regia. Concessione che poteva essere solo di due tipi: in <strong>Feudum Perpetuum<\/strong> o in <strong>Ampla Forma<\/strong>. Nel primo caso la Concessione veniva data ad un feudatario (i Normanni in Sicilia feudalizzarono anche il mare mentre, prima, con gli arabi esisteva la piccola propriet\u00e0 individuale). Con l\u2019arrivo degli Altavilla l\u2019isola cambi\u00f2 la struttura sociale e scomparve la propriet\u00e0 trasformandosi in grandi latifondi, mare compreso, che si concentrarono nelle mani di pochi: i Baroni, coloro che per volere della Corona esercitavano su vaste terre, un tempo libere, il \u201c<strong>Mero et Mixto Imperio<\/strong>\u201d. L\u2019esercizio di tutti i poteri: politici, amministrativi, fiscali, militari e giudiziari, sia civili che penali.<\/em><\/p>\n<p><strong><em>Cosa trovano i normanni: l\u2019eredit\u00e0 degli arabi.<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>\u201c A levante di Termini vi e tal paese che si addimanda Labiri (Oliveri), \u00e8 un bello e grazioso casale con gran castello in riva al mare, dispone di mercato, un bagno, delle case, delle buone terre da seminare, sorgenti e fiumi sulle cui rive si stendono dei campi da seminare. Vi sono installati numerosi molini. Possiede anche un bel porto, nel quale si fa abbondante pesca di quel gran pesce che si addimanda tonno\u201d. <\/em>Questa \u00e8 la descrizione della <em>Oliveri Araba<\/em> che fa il geografo Muhammad al-Idrisi, nel suo volume: &#8220;<em>Il diletto di chi \u00e8 appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo<\/em>&#8220;. Una esplorazione descrittiva dell\u2019isola eseguita su mandato del re normanno. Il libro \u00e8 pi\u00f9 noto come il &#8220;<em>il Libro di Ruggero II<\/em>&#8220;. Siamo tra il 1140 e 1150, a circa ottant\u2019anni da quando il Conte Ruggero sbarca in Sicilia per latinizzarla.<\/p>\n<p><strong><em>Un feudalesimo che dura un secolo in pi\u00f9 <\/em><\/strong><\/p>\n<p>L\u2019abolizione del feudalesimo in Sicilia risale al 1810 quando Ferdinando di Borbone trasforma i feudi in citt\u00e0 demaniali. Si ha certezza che il Comune di Oliveri sia stato fondato tra il 1810 e il 1815, poich\u00e9 l\u2019ultima data \u00e8 quella nella quale i baroni, che secondo il regio decreto avrebbero dovuto consegnare le terre del Feudo al nascente comune e ai cittadini, avviarono una vertenza giudiziaria avversa alla cessione presso il tribunale di zona: una calcolata mossa reazionaria, una vera e propria combine, che fece durare la vertenza per pi\u00f9 di 100 anni. Cos\u00ec per oltre un secolo (1815-1932) le terre, nonostante sentenze contrarie e grazie a complici pastoie giudiziarie e temporeggianti burocratici dilatatori (perizie, contro perizie, ecc..), restarono nella disponibilit\u00e0 dei baroni. Fu la messa in atto di un espediente gattopardesco: la nuova amministrazione comunale fino al 1920, oltre cent\u2019anni dalla fine del feudalesimo, fu espressione diretta dei baroni. Il feudatario di Oliveri fece di tutto per mantenere i privilegi feudali, corrompendo le strutture democratiche amministrative e di giustizia, infiltrando in esse rappresentanti dei suoi interessi. Ci furono sindaci che per decenni non hanno preteso l\u2019esecuzione delle sentenze che sancivano il passaggio delle terre dai baroni al comune. Sentenze che trasferivano solo le terre boschive le quali, guarda caso, qualche mese prima erano state disboscate. Dovette intervenire direttamente il re decretando il 09\/09\/1846 di doversi trasferire al Comune non solo le terre boschive (che ne erano rimaste poche) \u201c\u2026 <em>ma anche quelle che si ricordavano alberate<\/em>\u201d .<\/p>\n<p>Grazie a questi espedienti le terre rimasero nella disponibilit\u00e0 dei baroni fino alla fine della prima guerra mondiale quando, un valoroso reduce della prima guerra mondiale, Gaspare Amodeo, a capo di un movimento progressista, si batt\u00e9 per ottenere quello che in tutta Italia era gi\u00e0 stato concesso: \u201cla terra ai contadini\u201d quale risarcimento agli eroi del Carso. Amodeo nel 1920 fu eletto sindaco ed avvi\u00f2, a cent\u2019anni di distanza, il primo vero processo di democratizzazione del borgo. L\u2019eroico amministratore riprese con determinazione la secolare vertenza e finalmente nel 1932 ottenne la sentenza definitiva che decretava l\u2019acquisizione delle terre baronali.<\/p>\n<p><strong><em>L\u2019eredit\u00e0 dei padroni dopo 800 anni di feudalesimo<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Ecco come si presentava Oliveri nel 1932 (anno della definitiva sentenza) dopo 800 anni di gestione baronale.<\/p>\n<p><em>\u00a0\u201cUn piccolo paese in miseria costretto tra la saja, il castello e il torrente Oliveri che, per insufficienza di argini elargivano il centro abitato di periodici allagamenti che inondavano abitazioni, distruggevano riserve, inutilizzavano masserizie, trasformavano strade in impraticabili pantani, isolando uffici, servizi e fermando ogni attivit\u00e0. Un patrimonio edilizio men che meschino, tanti casolari affumicati che i contadini dovevano dividere con gli animali spesso non soltanto da cortile ed i pescatori con reti ed attrezzature del mestiere e poi strade a fondo naturale fangose ed impraticabili d\u2019inverno e, polverose e colme di rifiuti maleodoranti di estate, sempre invase da animali in libera circolazione, cunette comunque ricavate a fondo naturale o di pietrame facili a trasformarsi in ricettacoli di acque luride alimentate dei bisogni di ogni abitazione per mancanza di qualsiasi forma di fognature, stalle numerose quasi sempre comunicanti con le abitazioni, un ovile nel centro dell\u2019abitato, due fontanelle pubbliche e poca acqua, alcune aule per le elementari e tanto analfabetismo. In uno spazio libero una casa cadente ed una tettoia (detta pennata) sotto la quale si mercanteggiava di misere cose, qualche rivendita, qualche bettola e ad ogni alba schiere di casalinghe in partenza per il lontano bosco a raccogliere legna da ardere per i bisogni casalinghi della giornata\u201d. <\/em>Questo \u00e8 ci\u00f2 che ha lasciato un lungo elenco di padroni che si sono succeduti per pi\u00f9 di otto secoli, imponendo ad una piccola comunit\u00e0 i loro privilegi e sottomettendola alle loro angherie, censurandogli ogni sviluppo civile e democratico. La comunit\u00e0 per secoli fu divisa in schiavi di terra e schiavi di mare. I primi poveri contadini, servi della gleba al servizio del Castello impiegati nelle campagne del feudo, i secondi pescatori, servi del padrone della Tonnara. Una comunit\u00e0 che non ha mai potuto disporre delle redditizie risorse territoriali: il mare pescoso e le terre fertili, sottomessa senza scampo. Quei padroni, forti dell\u2019inconsapevolezza di una popolazione ignorante tenuta sempre all\u2019oscuro di tutto ci\u00f2 che potesse migliorare le sue condizioni di vita e consentirli un riscatto, hanno forgiato l\u2019indole della comunit\u00e0 rendendola d\u2019istinto gregaria e inoffensiva, il cui profilo psicologico, come per molte altre comunit\u00e0 isolane, \u00e8 caratterizzato da un irriducibile fatalismo e da una incosciente rassegnazione.<\/p>\n<p><strong><em>Il passato nelle testimonianze di oggi<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Gli echi di questo passato ancora risuonano nelle testimonianze dirette di chi ha vissuto gli ultimi anni della Tonnara e della baronia e nei racconti di chi ha assistito da bimbo a quelle desolanti condizioni di vita.<\/p>\n<p>Svegliati molto prima dell\u2019alba dal suono del corno del Rais, (uomo di fiducia dei padroni, spesso esogeno alla comunit\u00e0) che per primo prendeva la strada verso il Manfraggio, come un pastore che indica la strada alle sue pecore, silenziosi di sonno, i tonnaroti, ad uno ad uno lasciavano i letti caldi e uscivano dagli usci dei loro tuguri con in braccio le povere <strong><em>\u201ccoffe\u201d<\/em><\/strong>, preparate la sera prima dalle invisibili mogli, contenenti quel tanto di cibo utile per arrivare alla sera allo <strong><em>\u201cScagnu\u201d<\/em><\/strong>. Era consuetudine che le giornate di duro lavoro, senza soste, nella Tonnara cominciassero un\u2019ora prima dell\u2019alba e finissero un\u2019ora dopo il tramonto. Le giornate durante il periodo della cattura del tonno (aprile, maggio, giugno, luglio) erano le giornate pi\u00f9 lunghe dell\u2019anno. Finita l\u2019interminabile fatica giornaliera eccoli tutti in fila, allo \u201c<em>Scagnu<\/em>\u201d: il locale dove si riscuoteva la misera paga giornaliera, la cui entit\u00e0 era dovuta all\u2019assoluta discrezione, senza appello, del ragioniere che amministrava per conto dei padroni. Di salario straordinario nessuna traccia se non l\u2019eventuale quota parte del ricavato della vendita del 201\u00b0 tonno pescato, cui tutti insieme avevano diritto. Storie di bimbi messi a lavorare prematuramente per sfruttare la loro piccole mani nella lavorazione delle reti e nella produzione di canapi, economia collaterale a quella del tonno. Donne e bambine maltrattate dai campieri perch\u00e9 osavano prendere la legna nelle terre dei baroni. Nelle terre dei baroni non si poteva n\u00e9 legnare n\u00e9 pascolare e la povera gente faticava a riscaldarsi e a trovare la legna necessaria per cuocere i miseri pasti. L\u2019unica scuola, la scuola elementare, costituita da due misere stanzette, frequentata solo da quei pochi bimbi le cui famiglie potevano permettersi di distrarre forza lavoro per l\u2019istruzione, sub\u00ec un improvviso spopolamento quando la maestra impose ai ragazzi di frequentare la scuola muniti di calzature. Il giorno dopo, e per giorni e giorni, ai banchi non sedette nessun bimbo. La condizione imposta dalla maestra era insostenibile per le misere economie delle famiglie. Cos\u00ec fu permesso a tutti di continuare ad andare a scuola come usavano andare ovunque, senza scarpe. E quando, dopo la seconda guerra mondiale, arriv\u00f2 la modernit\u00e0, anche questa venne gestita dai feudatari. Arriv\u00f2 il cinematografo! Finalmente un po&#8217; di divertimento alternativo all\u2019abbrutimento dell\u2019osteria tracannando pessimo vino, degradandosi ed ammalandosi sempre pi\u00f9. Il primo cinematografo, momento di festa e di aggregazione domenicale, venne aperto in un locale ancora di propriet\u00e0 della baronessa. Si narra che chi volesse godere di questo svago, oltre a pagare il biglietto, doveva in segno di devota gratitudine, sfilare davanti alla baronessa e baciare la testa del cane scolpito sul suo bastone, la nobildonna, seduta davanti al botteghino, controllava gli ingressi e metteva alla porta coloro che non gli andavano a genio.<\/p>\n<p><strong><em>La civile ribellione di \u201cBarbitta\u201d<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Agli inizi degli anni 50 del secolo scorso, a trent\u2019anni dalla rivolta di Gaspare Amodeo, si verifica un altro momento di ribellione civile. Viene eletto sindaco un raffinato intellettuale: Ennio Salvo D\u2019Andria, combattivo socialista democratico. Durante i sui 7 anni di governo, <strong><em>\u201cBarbitta\u201d,<\/em><\/strong> cos\u00ec era chiamato, per via di una barba bionda che gli copriva il mento, cambi\u00f2 il volto della vecchia <em>Labiri<\/em> e la mente della comunit\u00e0. Lavor\u00f2 molto per il riscatto dei tonnatori e dei contadini ai quali restitu\u00ec la dignit\u00e0 di persone prima ancora di quella di lavoratori (in una delle sue tante opere letterarie leggiamo: \u201c<em>I baroni usano i contadini e i pescatori a guisa d\u2019attrezzi<\/em>\u201d). Forn\u00ec la cittadina di strade carrabili, di impianto fognante, di farmacia comunale, di acqua corrente nelle case, e nell\u2019animo della gente inculc\u00f2 il valore della dignit\u00e0 e della libert\u00e0, la consapevolezza e il coraggio che si poteva cambiare. Impose ai padroni della Tonnara la riduzione degli orari di lavoro, il riconoscimento dei diritti sindacali, gli assegni famigliari, e cominci\u00f2 a lavorare alla formazione di cooperative di pescatori e contadini.<\/p>\n<p>Dopo secoli, fu l\u2019unico che realmente oper\u00f2 per l\u2019emancipazione dei pescatori e per il riscatto di tutta la comunit\u00e0. Ma ben presto fu frenato dai \u201c<em>nuovi baroni<\/em>\u201d con il consueto trucco della falsa legalit\u00e0, ed il paese ripiomb\u00f2 nell\u2019andazzo di sempre. il Sindaco del riscatto civile, vittima di una trappola giudiziaria, fu lasciato al suo destino dalla stessa comunit\u00e0 per la cui emancipazione si stava battendo e che gi\u00e0 molto aveva riscattato. Una sorta di <em>Sindrome di Stoccolma <\/em>imped\u00ec agli olivaresi di insorgere contro l\u2019attacco ingiusto a \u201c<em>Barbitta<\/em>\u201d. Complice o indifferente, la comunit\u00e0, richiamata dall\u2019imprinting gregario autolesionista, nulla fece per difendere il suo liberatore e si consegn\u00f2 prona ai carnefici di sempre.<\/p>\n<p><strong><em>l\u2019emigrazione e il feudalesimo di ritorno<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Svanite le terre, chiusa la Tonnara (l\u2019ultima nel 1967), venduta dai padroni trapanesi a dei privati che ne faranno un residence turistico di appartamenti in multipropriet\u00e0, le risorse naturali e culturali sulle quali gli olivaresi avrebbero potuto puntare per una rinascita civile fiorente restavano la riserva dei laghetti di Marinello e Tindari. La prima divenuta un forte attrattore di turismo naturalista, la seconda divenuta uno dei pi\u00f9 grandi attrattori di turismo culturale, per il suo importantissimo sito archeologico e teatro greco, e un grandissimo attrattore di turismo religioso dovuto al culto della <em>Madonna Nera<\/em>. Ma per imperscrutabili disegni politici entrambe passarono al Comune di Patti. Cos\u00ec agli abitanti dell\u2019antica <em>Labiri<\/em>, oltre al duro mare salto, non rimase nessun\u2019altra risorsa sulla quale poter investire il futuro. Cos\u00ec furono costretti ad emigrare, e conseguentemente a sviluppare un sentimento sospettoso verso la democrazia che li ha costretti a cercare fortuna altrove facendogli rimpiangere i tempi dei padroni, nei quali erano comunque a casa propria, nel proprio mare e ogni giorno riuscivano a rimediare un pezzo di pane raffermo, invece con la democrazia e con il riconoscimento formale dei diritti neanche quello. Questo ha rafforzato il loro carattere gregario.<\/p>\n<p>Oggi non c\u2019\u00e8 una famiglia che non abbia un parente in Argentina o in Svizzera. Un\u2019epopea di tonnaroti per il mondo, costretti a lasciare il loro paese dove i \u201cnuovi padroni\u201d non producevano pi\u00f9 lavoro, ma preferivano le operazioni edilizie sulle loro nuove propriet\u00e0, per le quali non servivano braccia forti, bastavano semplici tratti di penna e atti amministrativi. Finirono come operai siderurgici in Svizzera o in Germania o come gaucho in Argentina. Pochi andarono a lavorare al nord Italia, alcuni capitarono nella Riviera Ligure, dove videro per la prima volta i lidi balneari e capirono che ci poteva essere un modo diverso per trarre reddito dal mare, unica povera risorsa ancora rimasta in paese. Cos\u00ec tornano e realizzarono gli attuali lidi, inaugurando l\u2019attivit\u00e0 pi\u00f9 fiorente, l\u2019unica veramente autonoma, che oggi si svolge ad Oliveri, trasformando il vecchio porto di Tindari in un attrattore turistico-balneare di buon livello la cui ricaduta economica ossigena per pochi mesi l\u2019anno anche le altre attivit\u00e0. Un esempio di come il riscatto passa attraverso le idee. Esempio che ancor oggi stenta ad essere assunto come paradigma.<\/p>\n<p><strong><em>Il borgo ieri<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Fino a ieri quello che fu l\u2019ubertosa pianura non \u00e8 pi\u00f9 un feudo ma un agglomerato urbano convulso fatto di edilizia di ricambio con qualche <em>casetta terranea<\/em> che ancora resiste, vetusta, all\u2019assalto dilagante di un\u2019edilizia afasica espressione dell\u2019utile che mortifica ogni creativit\u00e0. Il significante di un\u2019emigrazione di ritorno, che fatti i soldi all\u2019estero, li investe, quale unico riscatto, nella ricostruzione del povero tugurio di famiglia, l\u00ec nel paese natio. Su tutto svetta la strana cupoletta del campanile realizzata in perfetta forma araba quasi come un flebile segno che vuole confermare il racconto di <em>Idrisi<\/em> e testimoniare che in quel luogo si ebbe un tempo migliore. Ad Oliveri si tagliavano gli alberi in modo feroce, come un tempo facevano i baroni, sostituendoli con palmizi patetici quanto anacronistici, quelli che non si tagliano si capitozzano in modo selvaggio e senza alcun criterio scientifico, lasciando i turisti e i cittadini senza riparo nelle tantissime calde giornate estive. Scuole chiuse, mercati chiusi, beni comuni in degrado, campo di calcio inutilizzabile, lungomare nel pi\u00f9 triste degrado, parco giochi utilizzabile solo al calar della sera perch\u00e9 privo di idonea alberatura, il <em>Palischermo<\/em> posto dentro una serra da vivaio impossibile da visitare per il formarsi di temperature altissime al suo interno, la casa dei pescatori in abbandono, strade sconnesse, ecc., ecc.. Per certi versi sembra quasi lo stesso scenario descritto nel 1932, perch\u00e9 la storia si ripete, alternandosi tra la tragedia e la farsa. La disoccupazione giovanile \u00e8 a livelli altissimi e le uniche economie sono quelle del turismo balneare e delle pensioni degli anziani. Quei pochi giovani che lavorano lo fanno in modo stagionale con il turismo dei lidi e della ristorazione. I tanti, disoccupati, restano alla merc\u00e9 della pensione dei nonni e dei padri, i quali, gioco forza, ne orientano gli orizzonti esistenziali compreso quelli politici e culturali, risucchiandoli in quel familismo organizzato che continua a gestire al ribasso anche le loro vite e il loro futuro censurando ogni proposta di partecipazione alla cosa pubblica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>In questi giorni \u00e8 scoppiata la primavera della partecipazione<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Oliveri \u00e8 una storia comune di un mancato riconoscimento di diritti, di terre e di mare, nonostante le leggi e la democrazia. \u00c8 una lucida metafora della Sicilia. Una comunit\u00e0 rapinata d\u2019imperio di ci\u00f2 che gli spettava. Una comunit\u00e0 che dopo un travaglio quasi millenario ha perduto la speranza ed \u00e8 caduta nella rassegnazione. Due lampi di luce nel millenario buio della sua storia: il reduce e l\u2019intellettuale barbuto, che poco hanno potuto contro l\u2019imprinting feudale.<\/p>\n<p>Da giorni pare spiri un inaspettato vento di liberazione, un gruppo di giovani di un movimento culturale e un nuovo sindaco, che sembra sia riuscito a toccare le corde reattive della comunit\u00e0, hanno messo in atto delle virtuose e paradigmatiche pratiche di partecipazione democratica alle quali i cittadini hanno risposto con grande slancio. Semplici cittadini, pensionati, operai, imprese edili, commercianti, imprenditori, ristoratori, ecc.., sono scesi per strada a cambiare il volto degradato del piccolo borgo marinaro, manutenendo il verde, allestendo artisticamente le aiuole, riparando marciapiedi, riverniciando ringhiere, panchine, e tutti gli ammennicoli urbanistici, rendendo fruibile parchi abbandonati, aree attrezzate, parcheggi e impianti sportivi. Il Comune ha cominciato la manutenzione ordinaria dell\u2019impianto di illuminazione stradale, della rete idrica, il pronto intervento \u00e8 operativo h24. Nel palazzo comunale \u00e8 stata rimossa la porta che filtrava gli ingressi, la sala del consiglio comunale \u00e8 sempre piena di cittadini che partecipano alle riunioni di Consiglio e di Giunta, ma anche e soprattutto a convegni sulla legalit\u00e0, sui diritti, sulla partecipazione, ecc.. Sembra una vera primavera politica, sembra che quella muta resilienza che per secoli ha aiutato a sopportare le angherie padronali sia finalmente esplosa verso un nuovo orizzonte di democrazia e di partecipazione popolare.<\/p>\n<p>Si assiste in questi giorni al sodalizio tra giovani e anziani che insieme si adoperano a fare bella la citt\u00e0 e il lungo mare, esortati da <strong>Vittorio<\/strong>, un 83 ex falegname, tra i pi\u00f9 operativi nell\u2019azione di manutenzione dei beni comuni, il quale intervistato dalla RAI ha saggiamente dichiarato: \u201c<strong><em>Sono qui volontariamente!! Perch\u00e9: Cu strigghia u so cavaddu non \u00e8 jarzuni\u201d. \u00a0<\/em><\/strong>Chi striglia il suo cavallo non \u00e8 palafreniere ma padrone. i cittadini che si occupano in modo virtuoso e democratico dei beni pubblici sono padroni di farlo e non vi \u00e8 altra autorit\u00e0 che possono supplirli \u2026 in democrazia!<\/p>\n<p>Da alcuni giorni si respira altra aria ad Oliveri, vi \u00e8 una atmosfera ridente, la gente si sente protagonista del cambiamento, un\u2019atmosfera che si pu\u00f2 descrivere meglio con le parole di Francesco De Gregori: <strong><em>\u201c\u2026 E poi la gente (perch\u00e9 \u00e8 la gente che fa la storia) quando si tratta di sceglie e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare. Quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare, perch\u00e9 la storia d\u00e0 i brividi perch\u00e9 nessuno la pu\u00f2 fermare.\u201d. <\/em><\/strong><\/p>\n<p>Adesso spetta alla nuova amministrazione il grande compito di mantenere sempre vivo l\u2019avviato processo partecipativo e continuare a distanza di mezzo secolo il lavoro di Amodeo e di Salvo sostituendo le speranze con delle strategie efficaci e democratiche assumendo anche un ruolo pedagogico che porti la comunit\u00e0 tutta ad un cambio paradigmatico di comportamento collettivo, diventando capace di decidere e non di scegliere tra il meno peggio, come sempre, tra Castello e Tonnara.<\/p>\n<p>Carmelo Celona<\/p>\n<p>21.06.2019<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.letteraemme.it\/oliveri-esplode-la-resilienza-e-nasce-lumanesimo\/\">Oliveri: esplode la resilienza e nasce l\u2019umanesimo (letteraemme.it)<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una comunit\u00e0 da secoli sottomessa da un feudalesimo irrisolto, oggi sta vivendo un\u00a0 processo di partecipazione popolare &nbsp; \u00a0Labiri (oggi Oliveri), porto dell\u2019antica Tindari che mite si specchia sulle acque<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1172,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1170"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1170"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1170\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1180,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1170\/revisions\/1180"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1172"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1170"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1170"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.carmelocelona.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1170"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}